Francesco Forte

Francesco Forte, o della politica senza dogmi” si potrebbe intitolare questo approfondito ricordo scritto da Caterina Simiand.

A Capodanno si è spento improvvisamente a Torino il prof. Francesco Forte, all’età di quasi 93 anni, senza che la sua città adottiva – lui si definiva lombardo e tale era per nascita e per scelta – si sia resa ben conto di aver perso uno dei suoi studiosi più illustri e uno straordinario protagonista della politica economica del secondo Novecento.

La carriera accademica e politica

Il cursus honorum di Francesco Forte è lunghissimo quanto la sua operosa vita. Andando per cenni, basti dire che fu supplente di Ezio Vanoni alla cattedra di Scienza delle Finanze all’Università di Milano prima di essere chiamato a succedere nel 1961 a Luigi Einaudi quale professore ordinario della stessa disciplina. Fu deputato della Repubblica per il Psi nell’VIII e IX legislatura e senatore nelle due legislature successive. Fu più volte ministro: al Dicastero delle Finanze con il governo Fanfani nel 1982, Per il Coordinamento delle Politiche comunitarie e sottosegretario agli Esteri con il governo Craxi. Fu docente presso importanti università americane e britanniche, saggista fecondo e apprezzato editorialista per molte testate illustri.

Francesco Forte e il liberalsocialismo

Francesco Forte fu anche, molto ante litteram, e forse suo malgrado, un riferimento per quella tendenza politica che va sotto il nome di liberalsocialismo, un ircocervo ideologico di difficile definizione teorica e di ancor più difficile collocazione pratica nella storia assai anomala della sinistra italiana del secondo dopoguerra. Ma il professore non se ne crucciava, poiché il suo approccio non era mai astratto ma sempre legato alla prassi politica, agli obiettivi praticabili in una cornice di riformismo possibile. Il suo orizzonte non era quello del socialismo tradizionale, o “scientifico” di tradizione marxista, e neppure quello delle socialdemocrazie, nonostante l’adesione fin dagli anni giovanili al Psdi di Giuseppe Saragat, scelta obbligata contro il frontismo filosovietico di Psi e Pci.

Grazie alla sua formazione anglosassone e all’influenza delle teorie di James Buchanan sull’organizzazione costituzionale di una società libera, l’agire politico era per lui la ricerca del miglior luogo di aggregazione dove proporre idee e analisi sulla base di un empirismo certamente antidogmatico, ma ben saldo nell’idea liberale che solo preservando le libertà individuali e in particolare la libertà dell’agire economico, si possano tutelare i bisogni collettivi rendendoli effettivamente perseguibili, grazie al superamento della penuria e alla redistribuzione equilibrata delle risorse.

Con lo stesso pragmatismo e l’umiltà che lo contraddistinguevano, aveva scelto un altro partito scomodo, il PSI, quando si era trattato di elaborare la politica economica del centro sinistra negli anni ’60 e più tardi aveva contribuito al “pensatoio” di Mondoperaio, la rivista che sotto la direzione di Federico Coen, tante illustri menti era riuscita a radunare a supporto della svolta impressa dallo storico 41° congresso del Psi, tenutosi non a caso a Torino nel 1978, dove era stato lanciato il Progetto socialista, summa del riformismo craxiano. Quindi, da responsabile economico, Francesco Forte divenne uno degli architetti della politica economica e finanziaria del Psi e fautore di uno dei suoi momenti più cruciali, quando nel 1985 si decise lo scontro con la parte più tradizionale della sinistra sindacale e politica sul taglio della scala mobile.

Francesco Forte e la gestione dell’economia pubblica

Ma come conciliava Francesco Forte il suo liberalismo con la gestione dell’economia pubblica, di cui fu uno degli esponenti di spicco a metà dei ’70 con la vicepresidenza dell’Eni? Recentemente, in una lunga intervista al Giornale, egli stesso ha rievocato il suo ruolo: «Nel 1953 risposi a un bando per consulenti esterni, con contratto part time, e diventai consulente petrolifero dell’Ufficio studi, con particolare riguardo ai problemi fiscali e al prezzo, internazionale e interno, in questo campo. Ogni tanto mi chiamava Enrico Mattei, nel suo ufficio all’ultimo piano, a Roma, in Via Lombardia. Io lavoravo al secondo, per circa due giorni, in mezzo alla settimana. Ma il mio referente principale era il vicepresidente Marcello Boldrini, ordinario di Statistica economica. Sarei diventato in seguito vicepresidente come lui e come lui mi dedicai in prevalenza all’aspetto scientifico-economico nella gestione dell’azienda. Però i bilanci li firmavo anch’io. E lì cominciarono i problemi».

È noto, infatti, lo scontro nel 1973 fra Francesco Forte e il presidente dell’Eni dell’epoca, Raffaele Girotti, a proposito della trasparenza dei bilanci per via dei fondi esteri che non venivano consolidati nei patrimoni, perché spesso usati per tangenti nelle trattative internazionali, ma di fatto incontrollabili. Forte ammetteva i fondi esteri, purché legali. «Mi rifiutai di firmare – ricorda – Io combattevo contro la corruzione. La politica voleva utilizzare l’Eni come un portafogli per creare fondi neri. Non mi andava bene. Volevo anche chiarezza assoluta negli interessi di Eni nel campo dei giornali». In un’intervista a un giornale statunitense disse di ritenere possibile che ci fossero reati. Si aprì un processo a carico dei vertici Eni, che non finì bene per il responsabile contabile dei bilanci truccati, Leonardo Di Donna. Secondo Forte, soltanto la quotazione in Borsa, quindi la trasformazione in società per azioni avrebbe potuto salvare la trasparenza gestionale delle società pubbliche, salvandone anche le finalità sociali. Egli anticipava di molto ciò che sarebbe avvenuto vent’anni più tardi, con la privatizzazione delle Partecipazioni statali, quindi della stessa l’Eni nel 1992.

Il romanzo di Pasolini

Tutta questa vicenda, curiosamente ma non troppo, ispirò parte del romanzo pasoliniano Petrolio, rimasto incompiuto nella sua magmatica e impressionante mole di frammenti che si dipanano per oltre 500 pagine. Il protagonista è il torinese Carlo Valletti, un immaginario dirigente dell’Eni che tenta di scardinare vari giochi di potere, finendo per incarnare la figura del “buono” contro il “cattivo” Cefis che, secondo Pasolini, avrebbe avuto un ruolo nella morte di Mattei. L’identificazione del protagonista con il professor Forte è suffragata da una serie di particolari biografici e di coincidenze cronologiche, anche se quest’ultimo rifiuta la contrapposizione con Cefis e la sua demonizzazione.

Carlo era innanzi tutto Pasolini stesso, come scrive Forte nella sua autobiografia (Rubbettino, 2009), ma è significativo che lo scrittore si fosse ispirato proprio al vicepresidente dell’Eni nella sua summa dantesca di lotta del bene contro il male, dove il male troppo spesso è il potere, ma non sempre e non necessariamente.

Non sarà un caso che una delle ultime fatiche intellettuali di Francesco Forte, rimasta incompiuta, sia stato lo studio del ruolo di Giacomo Matteotti nel pensiero economico del riformismo socialista. Quel Matteotti, uomo di lotte coraggiose e concrete, che a suo tempo aveva avuto anche lui a che fare con i tentacoli che il mercato del petrolio. allungava sulla politica.

Caterina Simiand